Il cambiamento dei modelli di distribuzione della musica

Con la sempre maggiore diffusione del digitale il settore discografico sta subendo profondi cambiamenti sia per quanto riguarda i modelli di distribuzione della musica che per i propri modelli di business.

La musica è un bene intangibile, non richiede nulla per essere riprodotta e di conseguenza risulta molto facile eseguirne copie fedeli all’originale a differenza del passato in cui era veicolata esclusivamente tramite supporti fisici (vinili e musicassette) i quali consentivano un (relativamente) lento propagarsi di copie illegali.
Con l’avvento del compact disc e più tardi di internet il trend ha subito una forte accelerazione fino ad alcuni esempi limite di brani/album disponibili illegalmente prima ancora dell’uscita nei negozi.

Se da una parte la distribuzione via Internet rappresenta un’opportunità
irrinunciabile per il settore musicale, allo stesso tempo costituisce la
sua principale minaccia proprio per la maggiore velocità di circolazione
dei brani. La vendita di brani attraverso Internet, permettendo il
download degli stessi, consente però di contrarre consistentemente il
prezzo di vendita. Se si pensa a tutta la filiera produttiva e
distributiva che viene attraversata per la creazione e distribuzione di un
supporto fisico si può intuire come la vendita attraverso internet possa
snellire e semplificare il passaggio dal produttore al consumatore.
Considerando che un album costa 9.99 Euro (su iTunes Music Store) e che in negozio il CD con
gli stessi brani può arrivare a costarne anche 25 il risparmio dal punto
di vista dell’utente è ovvio. Un altro vantaggio significativo
dell’acquisto online è che i brani sono (quasi sempre) venduti
singolarmente, ottimizzando di fatto la spesa dell’utente che può
acquistare tutti e soli i brani di suo interesse. Inoltre attraverso
l’interattività di internet l’utente può ascoltare dei sample per avere
una breve anteprima della canzone e capire se risponde ai suoi
interessi/aspettative.

L’acquisto di un album in formato digitale porta però anche a qualche
svantaggio, il primo è che l’utente deve ovviamente rinunciare al
packaging legato all’album (custodia, booklet, etc) il quale riveste
ancora una relativa importanza per una buona parte dei clienti. Inoltre la
qualità dei brani scaricati da internet non è equiparabile alla qualità
sonora di un compact disc (a causa della compressione
delle canzoni
).

Negli ultimi tempi si è verificata una continua ricerca di possibili e
sostenibili modelli di business, ma ad oggi non si è ancora identificato
il migliore. Da un punto di vista “di successo” iTunes Music Store
rappresenta senza dubbio il miglior player, sia per il fenomenale successo
degli iPod
che per la vastità della propria offerta. La scelta fatta da Apple per il suo music store
è stata di vendere i singoli brani individualmente al costo di 99
centesimi (di Euro in Europa e di Dollaro negli USA) a prescindere
dall’autore e/o dalla data di pubblicazione. Inoltre gran parte dei brani
sono protetti con una tecnologia DRM
che impedisce la copia dei brani (cosa gradita alle major).

Una strada intrapresa da altri player (come eMusic.com) è
di fare pagare un importo mensile che garantisce il download di un certo
numero di brani. Nel caso specifico di eMusic.com il prezzo a brano si
attesta tra i 28 e i 43 centesimi a seconda del numero di brani
acquistati, ma la varietà offerta è molto lontana da quella di iTunes
Music Store.

MagnaTune.com si è invece affidato
all’utente per stabilire il prezzo di un album. Ogni album infatti ha un
prezzo consigliato e al momento dell’acquisto l’utente può decidere il
prezzo (tra i 5 e i 18 dollari). Il primo pensiero è che la media dei
prezzi si stabilizzi sui 5 dollari, pari al minimo consentito, invece
MagnaTune ha dichiarato che la media è attorno agli 8
dollari, di conseguenza gli utenti non cercano il massimo risparmio
possibile, ma sanno apprezzare il valore reale dell’opera che stanno
acquistando.

Un’altra strada di cui si è parlato, ma che per ora non sembra avere
applicazioni in campo pratico, è lasciare libero il download dei brani con
in testa della pubblicità. Sinceramente sebbene se ne sia discusso
parecchio non credo che questa soluzione avrà applicazione pratica data la
relativa semplicità nel tagliare la pubblicità (con conseguente perdita di
efficacia della stessa).

Più il tempo passa e più altri player si affacciano sul mercato: da poco
tempo anche Amazon ha aperto un proprio store per la
vendita tramite download di brani musicali online (senza protezione DRM)
ma per ora rimane un esperimento limitato agli USA.

Anche gli artisti stanno iniziando a cercare di modificare il metodo con
il quale vengono vendute le loro creazioni, ma come spesso accade molte
strade si scoprono non del tutto percorribili, un esempio in questo senso
è stato dato dai Radiohead, i quali hanno reso disponibile
il loro ultimo album “In Rainbows” sul loro sito internet dando la
possibilità all’utente di decidere quanto pagarlo, salvo poi fare
drasticamente marcia indietro senza spiegare i motivi del ripensamento. Ad
oggi non si sa quale sia stata la risposta da parte degli utenti ne il
prezzo medio che questi ultimi hanno ritenuto giusto pagare per scaricare
l’album. Quel che è certo è che il brusco cambio di direzione da parte dei
Radiohead non sia casuale.

Per quanto riguarda gli artisti meno famosi (quindi liberi da vincoli con
le case discografiche) il panorama è decisamente variegato, oltre al già
menzionato eMusic.com è presente Amie Street il quale punta sulla qualità della
musica proposta facendo pagare i brani in proporzione al gradimento degli
utenti. Ogni canzone su Amie Street parte gratuita e man mano che riceve
raccomandazioni (e download) da parte degli utenti il prezzo lievita fino
alla soglia massima di 98 centesimi di dollaro. La vera innovazione di
Amie Street a mio parere è stata quella di creare un metodo per
ricompensare gli utenti che scovano nuovi talenti: se un utente raccomanda
un artista e questo riceve numerose preferenze anche l’utente che l’ha
votato inizialmente ne trae beneficio sotto forma di crediti.

Quel che è certo è che nei prossimi anni i business model
continueranno ad evolvere cercando sempre nuove e più lucrose strade per
vendere la musica. La strada intrapresa finora è stata quella volta alla
riduzione dei costi della filiera produttiva contraendo i costi e portando
i brani a costare meno per il cliente. Questa strategia sembra stia
arrivando ad un limite fisiologico dovuto agli esigui margini che essa
permette. Certamente le case discografiche dovranno imparare a trovare
margini altrove e questa capacità potrà fare la differenza tra la
sopravvivenza e il fallimento.

Se dovessi scommettere su un cavallo vincente sarei indeciso tra iTunes
Music Store e Amie Street, il primo per la popolarità e l’abbinata con gli
iPod mentre il secondo per l’esperienza come utente. Da amante della
musica il mio interesse è di trovare sempre nuova musica da ascoltare
senza badare troppo a chi sia il cantante, proprio per questo potendo
consigliare uno store online punterei su Amie Street.

Comments

  1. Occhio: il link ad Amie Street non funziona 😉

    Ammetto di non conoscere bene il meccanismo di Amie Street, ma mi sorge un dubbio: se gli utenti traggono vantaggi dai consigli che vengono seguiti dagli altri, non si rischia che comincino a consigliare solo la musica più “commerciabile”, sperando così di ottenere un riscontro migliore?

  2. Il link ora è a posto

  3. La musica però non aumenta di valore se non viene anche scaricata (e quindi comprata). Quindi c’è il rischio che si preferisca dare raccomandazioni a canzoni ‘commerciabili’, ma si tratta comunque di canzoni qualitativamente meritevoli (perchè raccomandate e scaricate un certo numero di volte).

  4. Flyingfrog says:

    Bell’ articolo.

    Non consideri il divario di qualità sia musicale, sia estetico, del prodotto venduto on-line ripetto a quello venduto in negozio, che certamente comunque ha un costo esagerato! 😉

    Aggiungerei anche alcune considerazioni su last.fm ( http://www.last.fm ) che davvero offre un servizio di qualità e soprattutto innovativo sia dal punto di vista tecnico/tecnologico, che culturale.

  5. Flyingfrog says:

    Scusami mille mi ero perso un pezzo … scusa davvero , chissà dove ho la testa …

  6. L’argomento trattato mi interessa molto e l’articolo è ben scritto.
    Al momento credo sia difficile indicare quale sarà il modello vincente. Mi sembra ci sia ancora margine per sperimentare. Per ora conta ancora troppo avere dalla propria parte gli artisti che pesano di più o le major. Vedremo se la diffusione della rete contribuirà a spostare questi pesi e rendere profittevoli i nuovi modelli. Da questo punto di vista Amie Street è un buon esempio che non conoscevo.

  7. Segmalerei anche jamendo (http://www.jamendo.com) che raccoglie musica libera (CreativeCommons) e consente di pagare direttamente gli artisti, inoltre gli inroiti derivanti dalla pubblicità sono divisi 50% a jamendo 50% agli artisti a seconda del numero di visite delle loro pagine. Le cazoni si possono scaricare tramite bittorrent, edk2 o ascoltarle in streaming.

  8. Jamendo l’ho scoperto poco tempo fa, lo sto ancora provando ma sembra veramente interessante.
    Grazie per la segnalazione 🙂

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