Quanto conta la locazione per una startup?

La testata Found|Read parla in un suo articolo di un un post ad opera di David Altounian, CEO di iTaggit, su quanto pesi la locazione di una startup e se si possa mai arrivare all’indipendenza da questo fattore, specialmente quando si parla di “funding”. L’autore, la cui compagnia risiede a Austin (come Dell del resto …), elenca i pro e contro, e sembrano tutti abbastanza ragionevoli.

Da italiano entrambi gli articoli fanno abbastanza sorridere, e chiunque abbia aperto una startup in Italia può ben comprendere i motivi di questa euforia. In Italia le startup sono self-funded praticamente per definizione, nessun VC/AI (figura nell’80% dei casi statunitense) investirà mai in un prodotto tecnologico italiano se non dopo che è stato finito, lanciato e parzialmente monetizzato.

I motivi sono molteplici: mancanza di infrastrutture e mancanza (cronica) di società che vadano oltre le realtà locali, ma anche mancanza totale di press coverage estera, con il risultato che presentandosi ad un eventuale investitore, la prima reazione è “Che roba è ??? Mai sentito”.

Dovessi pero’ seguire il ragionamento di Mr. Altounian, e portarlo alla realtà italiana, direi che:

  1. La realtà americana (o meglio, di Silicon Valley) è spesso chiusa nei suoi modelli creativi e di business, mentre noi, essendo molto meno proni a quella realtà (non fosse altro perché culturalmente non ci appartiene), possiamo ancora inventare modelli e concept nuovi.
  2.  Il nostro livello tecnico è più che discreto, talvolta ottimo, e considerando che c’è molta meno concorrenza tra le aziende non dobbiamo lottare con il coltello tra i denti per avere i tecnici migliori – anzi …
  3. Il nostro mercato non è inflazionato come quello statunitense, possiamo partire da una utenza ‘locale’ ed evolverci verso una globale, aggiustando il prodotto in base alla prima fase.

In definitiva la locazione di una startup è estremamente importante, ma non ne determina tout court il successo o l’insuccesso. Certo, essere a Silicon Valley è di grosso aiuto, soprattutto per il giro di amicizie che è fondamentale per avere copertura mediatica, ma questo deriva più dall’ottusità di certe testate (soprattutto online) nel dare eccessiva importanza alla locazione di una azienda, concetto semplicemente esilarante ai tempi del “social networking”, che ad altri fattori.

Comments

  1. Commento parzialmente OT: posizionamento geografico, collocazione geografica, quello che vuoi ma non “locazione;-)

  2. agileguy says:

    Sarebbe bello avere informazioni sul nostro mercato.
    Ormai tutti (credo) sanno come funzionano le cose con le startup .com, ma come siamo messi in Italia?
    Ci sono casi di successo? Quali sono i limiti? Perché vedo sempre il nostro paese fanalino di coda, anche se gente con talento non manca?

  3. Sul tema si e’ prodigato parecchio anche Paul Graham. Su tutto: Why to Move to a Startup Hub. Purtroppo ho una visione piu’ nera sui punti 1, 2 e 3 da te rilevati, anche se piu’ emozionalmente spero che tu abbia ragione e io torto.

  4. Esistono diversi VC italiani o stranieri che operano in Italia. Il piccolo boom (in ritardo) .com in Italia era nato cosi, non certo da start-up self-founded! Molte miei conoscenti erano stati finanziati, ad esempio, da 3i ma anche da VC prettamente italiani. Certo non funziona come in US ma non e’ vero che non esistono VC in Italia.

  5. Attanzione: non confondiamo un VC con un incubatore tecnologico. Il VC è più banalmente un “investitore” con un posto nel board (garantito chiaramente dall’investimento).

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