L’open source come lavoro

Le migliori aziende del settore IT, almeno a livello internazionale, sono da sempre alla ricerca di informatici di talento. Non è quindi sorprendente che gli sviluppatori più attivi nella comunità open source siano spesso assunti con contratti decisamente ragguardevoli. Ci sono migliaia di esempi minori ma, per citarne uno prominente, si pensi ad Alex Martelli (aka MartelliBot) celebre nella comunità Python ed assunto da Google, Inc. (in Silicon Valley) come Uber Technical Lead.

Fin qui non c’è nulla di sorprendente. Coloro che hanno dimostrato elevate capacità tecniche su progetti open source, vengono assunti da aziende che desiderano impiegare quelle stesse abilità nello sviluppo dei propri prodotti commerciali.

Negli ultimi anni però, un nuovo tipo di assunzione ha iniziato a diffondersi e può essere visto come una sorta di sponsorizzazione dei vari progetti open source. Le aziende hanno iniziato ad assumere leader e sviluppatori dal mondo del software libero, pagandoli per continuare a contribuire agli stessi progetti sui quali stanno già lavorando gratuitamente.

Alla fine del 2005, Google ha assunto Guido van Rossum (creatore di Python) dandogli l’opportunità di lavorare la metà del tempo sul linguaggio da lui ideato. In questo caso la “sponsorizzazione” non è totale, visto che Guido lavora comunque ad altri progetti per Google, ma è senza dubbio apprezzabile. Con modalità simili, Sun ha assunto Ian Murdock, il fondatore di Debian GNU/Linux per continuare a lavorare su Linux ma anche sull’alternativa Open Solaris.

La stessa Sun ha assunto gli sviluppatori di JRuby per lavorarci full-time e accelerare la realizzazione del progetto (con ottimi risultati). Microsoft ha assunto John Lam, per lavorare su IronRuby (come era accaduto per IronPython). Più recentemente Engine Yard ha assunto un gruppo di hacker (6 in totale) per lavorare su Rubinius, un’implementazione alternativa di Ruby. Ed ha allocato almeno una persona full-time e una part-time per sviluppare Merb, un framework MVC simile a Rails ma più leggero e veloce. Nelle ultime settimane, ci sono state poi altre due “acquisizioni” di leader open source. IBM ha assunto Damien Katz per sviluppare CoachDB e la startup Whiskey ha assunto Jacob Kaplan-Moss per lavorare su Django, il framework più popolare ed apprezzato tra i Pythonisti.

In altre parole, le aziende hanno iniziato a investire denaro e risorse per continuare lo sviluppo di progetti promettenti, senza un diretto tornaconto. Le aziende in realtà ottengono molto di più di un semplice ritorno di immagine che finisce con l’attrarre altri sviluppatori di talento. Queste compagnie, in qualche modo lungimiranti, finiscono col garantire il successo e il futuro dei progetti open source dai quali dipendono e sui quali hanno fondato il proprio business. Infatti, oltre ad offrire un lavoro da sogno ai leader del dato progetto, permettono a questi di dedicarsi a tempo pieno allo sviluppo dello stesso (mentre, solitamente, progetti di questo tipo vengono portati avanti nel tempo libero dopo una giornata di lavoro “vero” presso un’altra ditta).

Il trend, sempre più comune, rappresenta una win-win situation per le aziende e gli sviluppatori, ed apre la porta alla possibilità di rendere i propri contributi open source la fonte del proprio guadagno. Se aggiungiamo questa prospettiva alle altre mille valide ragioni di sempre, oggi più che mai ha senso avviare progetti importanti o iniziare a contribuire a quelli più promettenti tra le miriadi di progetti disponibili nel mondo del software libero.

Rimane da chiedersi se questo nuovo paradigma verrà mai messo in pratica in Italia, dove le aziende tendono ad essere piuttosto miopi verso scelte di business senza tornaconti diretti e dove persino assumere a tempo indeterminato i propri impiegati è ormai una pratica sempre meno comune.

About Antonio Cangiano

Antonio lavora come Software Engineer & Technical Evangelist presso la IBM in Canada. È inoltre il direttore di Stacktrace.it, un internet marketing strategist, imprenditore del web, serial blogger, e autore di un paio di libri in inglese (recentemente Technical Blogging.) Puoi dare un'occhiata ai suoi progetti sulla sua homepage e seguendolo su Twitter.

Comments

  1. “Rimane da chiedersi se questo nuovo paradigma verrà mai messo in pratica in Italia, dove le aziende tendono ad essere piuttosto miopi verso scelte di business senza tornaconti diretti …”

    Anzi al contrario.
    In Italia le aziende tendono ad imporre di non partecipare ad altre iniziative anche private nel campo informatico (cosa accaduta a me personalmente ed a parecchi altri colleghi) per paura di perdere il controllo.

  2. Giovanni Bajo says:

    Sì, purtroppo lo scenario medio in Italia è deprimente. Per fortuna, però, ci sono anche aziende che capiscono il valore del software libero e lo incentivano.

  3. Michele Simionato says:

    C’e’ anche da dire che in Italia non ci sono
    grandi aziendi di software con soldi da spendere
    tipo Google o l’IBM. Il tessuto sociale e’ proprio
    diverso, non si puo’ proprio paragonare la situazione
    italiana a quella americana.

  4. Infatti anche secondo me il problema è che qui in Italia la gente non ha soldi

  5. Michele, Oscar, in Italia di aziende che spendono *un sacco* di soldi in IT ce ne sono tante, pensate solo ad esempio a banche e assicurazioni. Purtroppo sono per la maggior parte aziende che si portano dietro un pesantissimo bagaglio di applicazioni e architetture “legacy”, e che quando investono lo fanno in quegli ambiti o — peggio — seguendo le mode del momento in base a quanto consigliato dai principali fornitori o da società di consulenza come Accenture, Gartner.

    Se a questo aggiungiamo la politica di assunzioni tipicamente italiana che finisce per delegare il know how a consulenti esterni, si capisce come mai non ci sia nessun interesse ad assumere, o portare in azienda in qualche forma, competenze di alto livello specie su tecnologie poco buzzword-compliant. E’ un gran peccato, perchè di soldi ne vengono spesi (e spesso sprecati) a vagonate per applicazioni e servizi di pessima qualità. Ah, parlo per esperienza diretta, non sto speculando…

  6. +1 per ciò che dice Ludo. Soldi ne girano nell’IT, ma incanalati in settori sbagliati.

  7. Michele Simionato says:

    Ludo, e’ verissimo che in Italia banche, assicurazioni e industrie farmaceutiche buttano una valanga di soldi in IT, ma qui si parlava di societa’ di software. Non mi risulta che neanche negli States banche, assicurazioni e industrie farmaceutiche assumano sviluppatori Open Source. Non fa parte della loro mentalita’.

  8. E quali grandi società di software abbiamo noi italiani? 🙁

  9. Non serve certo essere grandi per assumere una persona a lavorare su strumenti che l’azienda comunque andra` ad utilizzare. A milano ci sono svariate aziende che fatturano piu` di qualche decina di milioni di euro e ho lavorato in almeno una di queste. Inutile dire che il comportamento nei confronti dell’open source e` quello di prendere finche` ce n’e`.

  10. Non solo Vale, ma Engine Yard stessa non è enorme… è una dittarella a confronto di Sun e IBM. Però ci hanno visto giusto e investono nell’open source e indirettamente nel loro futuro.

  11. Me lo chiedo anche io da molto tempo, comunque io ho già cominciato nel mio piccolo, per quello che posso fare, a dare un aiuto/contributo alla comunità open source.

    Credo sia davvero bello lavorare per fare qualcosa di veramente utile impiegando tutte le tue skills e cercando di ottenerne di nuove.

    Guardare il codice scritto da altri ti fa imparare molte cose che magari da solo avresti impiegato chissà quanto tempo per capire.

    Il problema naturalmente è che qui in italia naturalmente siamo sempre indietro su tutto, ed è difficile che ci sia qualcuno disposto a lavorare senza pensare al proprio tornaconto.

    Ecco.. qui nasce un problema, chi sfrutta l’open source per farci un businness senza dare niente in cambio alla comunità. A volte sembra quasi che l’open source sia un paese dei balocchi in cui tutti usano software libero ma nessuno contribuisce al suo sviluppo, al suo miglioramento, o al suo sostenimento economico.

    Qualcosa si muove però, io faccio siti web, e un mio cliente per cui sto realizzando un template per un famoso CMS, mi ha chiesto di distribuirlo con licenza OpenSource per farsi pubblicità :-). Ma parlo comunque di piccole realtà.

  12. In Italia – IMHO – mancano i colossi che “fanno informatica”, mentre ci sono molti colossi che “usano l’informatica” per il proprio modello di business. E’, temo, piu’ facile trovare piccole/medie aziende che prestano attenzione al mondo Open Source…

    Mentre nel resto del mondo la situazione e’ ben diversa, come mette in evidenza il pezzo… e vorrei far notare una cosa: sono gli Hacker che hanno iniziato a cercare gli Hacker 😉
    Page e Brin sono da molti considerati Hackers, in Sun molti dei grandi nomi sono Hackers (un Bill Joy a caso che sviluppava BSD).

    E sono sicuro che tutti noi (informatici) quando siamo nella condizione di dover cercare un collaboratore per il nostro team andiamo alla ricerca di quel “qualcosa” che ci ispira… siamo consapevoli, credo, che lavorare sul campo con persone smart e open (a livello mentale) e’ molto piu’ produttivo… e’ un fatto da tener presente che questi individui sono quello che sono grazie al lavoro svolto per passione nel mondo Open Source.

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