Errare humanum est perseverare diabolicum

Doverosa premessa

In questo articolo troverete luoghi comuni, semplificazioni, banalità. Con l’aggiunta di una giusta dose di frustrazione e di rabbia da parte dell’autore, possiamo tranquillamente definirlo un rant.

Alitalia

Qualche giorno fa ho letto un’inchiesta del Sole 24 Ore. La frase che mi ha colpito è stata questa: il «rapporto contrattuale con Accenture avviato nel 2005, finalizzato al progetto di ristrutturazione del sistema amministrativo-contabile, per circa 30 milioni di euro complessivi». E poi quest’altra: «Per il restyling, “svolto in collaborazione con la sola agenzia di comunicazione”, Saatchi & Saatchi, la compagnia – ha detto Libonati – ha sostenuto “per disegni e realizzazione dei nuovi materiali”, il costo complessivo di 520mila € tra il 2005 e il 2006».

Partiamo dal «restyling del marchio», quello che è costato 520mila €. Ecco le due versioni:

Logo vecchio

Logo del 1969

Logo nuovo

Logo del 2005

A me sinceramente sembra quasi il classico gioco del “Trova la differenza”. Sì, lo so, sicuramente il restyling avrà interessato anche i biglietti da visita, la carta intestata, magari la divisa delle hostess. Io però credo che per una compagnia che nel 2005 ha chiuso il bilancio con una perdita di 47 milioni di euro, forse questa spesa poteva essere risparmiata o almeno posticipata a momenti più fausti.

Ah, sì, dal bilancio del 2004 possiamo verificare che il restyling ha effettivamente coinvolto anche la carta intestata.

La Saatchi & Saatchi è una società famosissima. Ha fatto campagne pubblicitarie spettacolari, evidentemente il logo Alitalia era già perfetto. Non è corretto giudicare il lavoro degli altri senza conoscere i dettagli, ma questo è un rant, per cui lo faccio e voglio provare a pensare ad una alternativa. Chi ha deciso di commissionare il lavoro, poteva magari, con un po’ di coraggio — merce sempre più rara in Italia — indire un concorso aperto solo a designer italiani, con in palio 50.000 € suddivisi tra un primo premio da 20.000 €, un secondo da 10.000 €, un terzo da 5.000 € e altri 15 premi da 1.000 € ai runner-up. Probabilmente qualcuno tra i tanti avrebbe perfino provato lo stesso strumento grafico usato dai grafici della Saatchi & Saatchi. Sono convinto che avrebbero ricevuto decine di loghi fantasiosi e innovativi. Per non parlare della pubblicità positiva che ne sarebbe scaturita. Ma anche nel caso peggiore, un indiscutibile vantaggio sarebbe stato assicurato: più del 90% di risparmio sui costi.

Un particolare curioso a proposito di loghi. Il fantastico logo originale Alitalia è stato disegnato nel 1969 dalla Landor associates. Presumo la stessa Landor che ha poi dato i natali ad un altro logo, nato sotto una stella assai meno fortunata: il mitico cetriolo verde del portale Italia.it.

«Ristrutturazione del sistema amministrativo»

Passiamo ora all’altra frase che mi ha colpito nello stomaco: i 30 milioni di euro per la «ristrutturazione del sistema amministrativo-contabile». Errare humanum est perseverare diabolicum. Questa raccolta di studi attesta che:

  • un progetto IT ha maggiori probabilità di essere un insuccesso che un successo
  • solo un progetto IT su cinque darà piena soddisfazione al cliente
  • più grande è il progetto, più alta è la probabilità di fallire

Qualcuno potrà dire: sono studi recenti, vanno dal 1995 al 2001. Sorvolando sul fatto che 15 anni nell’informatica sono quasi un’eternità, possiamo trovare concetti simili in Peopleware — un libro che dovrebbe essere letto da chiunque si occupi di informatica e non solo — scritto nel 1987 da De Marco e Lister. Il 1987 sembra ancora troppo vicino? D’accordo, allora prendiamo The Mythical Man Month scritto nel 1975 (!) da Fred Brooks. Già allora Brooks affermava che aggiungere persone (non sopporto il termine risorse) ad un progetto fuori controllo non fa altro che aumentare i ritardi.

Tutti i manager hanno sentito il vecchio detto “prendendo nove mamme non si può fare un bambino in un mese”.

Eppure tutti invariabilmente poi ci ricascano.

La realtà è questa: da più di 40 anni si sa che i megaprogetti sono quasi sempre un fallimento, eppure sono proprio questi megaprogetti che assorbono la maggior parte delle risorse finanziare (quando si tratta di soldi posso usare questo termine) destinate al settore dell’Information Technology.

La sfida

Ma esiste una strada diversa? Per me sì. Tra Stacktrace e Pycon conosco personalmente professionisti che coprono a 360° le competenze informatiche che possono essere richieste per qualunque progetto del genere. Sono convinto che prendendone una dozzina, pagandoli bene un paio di anni, potrebbero ottenere qualunque risultato. Cosa vuol dire pagandoli bene? Diciamo 150.000 € l’anno. Quanto fa? 12*150.000*2 = 3.600.000 €.

Vogliamo usare un po’ di coraggio anche qui? Allora offriamo loro la metà di quella cifra, 75.000 €, vincolando altri 100.000 € l’anno al successo del progetto. Sono pronto a scommettere che il progetto sarebbe l’uno che su cinque soddisfa il cliente.

Immagino già il commento dei soliti soloni: “Ma per i megaprogetti serve il management, serve la competenza funzionale, servono gli analisti di processo, servono le riprogettazioni organizzative, serve questo e serve quest’altro”.

Bullshit!

Il management serviva ai costruttori delle piramidi, che dovevano far lavorare decine di migliaia di operai in un unico cantiere. Non mi direte che ancora pensavate che le avessero costruite gli schiavi? E quante guardie sarebbero servite per far lavorare tutti quegli schiavi? La piramide di Cheope è stata costruita in 20 anni. Si stima sia composta da circa 2 milioni e mezzo di blocchi. Un blocco pesa mediamente 2,5 tonnellate. Fanno circa 15 blocchi all’ora. Un blocco da 2.500 kg ogni 4 minuti. Ventiquattr’ore al giorno. Trecentosessantacinque giorni l’anno. Quello sì che era management.

Mandare qualche decina di neolaureati con in mano Java for Dummies a produrre migliaia di righe di codice inefficente non è management. È qualcos’altro.

Un’esperienza personale

Per quei casi della vita più unici che rari la società per cui lavoro si è trovata a realizzare un progetto strategico per uno dei più grandi gruppi bancari italiani. Non posso ovviamente fare nomi, ma posso fare i numeri. Il sito è stato usato dal 2000 (primo del genere totalmente web senza alcuna componente client) ad oggi e in questo momento ci sono circa 200.000 aziende registrate per 350.000 operatori. Durante l’anno più produttivo abbiamo deliverato (“fatto”) più di 80 major functionalities (“cose che funzionano”).

In quanti eravamo destinati al progetto? In 5 (cinque). E oggi posso perfino confessare che non tutti lo eravamo a tempo pieno.

Uso il passato perchè dopo diversi anni di successi, qualche anno fa la direzione del gruppo ha deciso che era venuto il momento di rifare tutto (no, non lo so il perché). La nostra società, una SpA di 25 persone, non è nemmeno stata presa in considerazione al tavolo delle offerte: «Troppo piccoli».

E via con i soliti noti.

Dopo quasi due anni, niente di funzionante prodotto, una spesa presumo pari a circa 5 volte quanto siamo costati noi, una provvidenziale fusione ha finalmente posto fine a questa agonia. Ovviamente noi siamo sempre troppo piccoli per essere tenuti in considerazione, ma intanto il sito è sopravvissuto altri due anni. A fine 2008 verrà dismesso.

Forse.

Perché dico forse? Perché il sostituto ha ancora troppi gap (“mancanze”) e i grandi clienti (i piccoli non contano) difficilmente accetteranno un downgrade (“avere allo stesso prezzo qualcosa che fa di meno”).

Come si fa a non sorridere amaramente?

Epilogo

Quale può essere la conclusione di un rant come questo? Forse una dichiarazione assurdamente provocatoria: io spero nella recessione. Perché? Perchè forse, con meno soldi da gettare, le grandi aziende si renderanno conto che spesso le grandi imprese si portano a termine in pochi.

Pochi ma buoni.

About Marco Beri

Marco Beri si laurea in Scienze dell’Informazione nel 1990, periodo oramai definibile come la preistoria del settore. Il computer è prima di tutto un suo hobby e anche per questo si innamora di Python a prima vista nel lontano 1999, dopo aver sperimentato una ventina di altri linguaggi. Fa di tutto, riuscendoci, per portarlo nella sua azienda, la Link I.T. spa, dove dal 1997 occupa il ruolo di amministratore e responsabile dello sviluppo software. Riesce perfino a intrufolarsi come amministratore nella fondazione dell’associazione Python Italia. Incredibilmente pubblica anche diversi libri per Apogeo/Feltrinelli.

Comments

  1. Gran bel post, complimenti… lo faccio girare un po’ in azienda :D

  2. Ottimo post, ma purtroppo c’è ancora tanta gente che ignora i problemi descritti.
    Non è deprimente che il solo fatto di riproporre continuamente l’approccio “throw more bodies at the problem” non basti per mandare in rovina i soliti noti?
    Concordo al 100% anche sulla questione del management, che molto spesso invece di guidare mi pare serva solo per confezionare la solita death march…

  3. Con la storia di voi 5 a mettere in piedi quel progetto mi è venuto in mente 300 e adesso non riesco a smettere di ridere immaginandovi davanti al pc in tenuta da spartani con lo scudo appoggiato di fianco alla scrivania :-D

    Scherzi a parte bello sfogo, ti capisco benissimo e l’unica soddisfazione che a volte rimane e solo un sorriso amaro ;-)

  4. Etabeta says:

    Ola’ che bel rant….. cosa ti e’ andato di traverso questa mattina ?
    E si che ieri sera hai vinto la prima dei play-out ;-)
    Figuriamoci se avessi perso….
    Comunque hai ragione…..
    Ciao.

  5. Non vedo come non ci si possa trovare d’accordo con te, al 92% del tuo “rant”. Le uniche puntualizazini che mi sento di fare sono la (forse voluta) delocalizzazione del tuo punto di vista: i progetti grossi falliscono si’, ma le percentuali aumentano dove non esiste un management capace (leggasi “Italia”). Nel paese del clientelismo forzato, del “conosco io uno che e’ e’ capace”, del fattura-e-fuggi e soprattutto del “di programmatori java ne trovo quanti ne voglio e semmai faccio outsourcing in india”, allora è inevitabile cadere nelle logiche che hai espresso nel tuo post. Che dire, io non auspico la recessione (e credo che, al di fuori della rabbia di un post come questo, nemmeno tu) perchè sono di una generazione che non ne ha vissuta nemmeno una sulla propria pelle (e, credo, neanche tu) e la immagino come un qualcosa di terribile solo basandomi sui racconti di chi ha passato piu’ tempo di me in questa valle di lacrime. Semplicemente tiro innanzi, spingendo una piccola (piccolissima) società, con la speranza che l’incompetenza e il clientelismo facciano parte di un modus-operandi che, alla lunga, non paga e che, sempre sulle lunghe distanze, si autoelimina. I miei personali complimenti per il tuo sfogo: fa bene sentire qualcuno che, ogni tanto, dice qualcosa che gira nella pancia di tutti quelli che lavorano con imegno e passione nel nostro settore.

  6. Condivido in pieno… tranne un punto.
    Anche con la recessione, “aziende” come Alitalia continuano comunque ad essere rimpinguate dallo Stato…. COMUNQUE. E qui l’amarezza sconfina….

  7. @Federico Fenara
    Secondo me la piaga dell’outsourcing in Elbonia (cito Dilbert) è tutt’altro che nostrana, come del resto un certo modo “disinvolto” di fare management (mi piace molto la similitudine con le piramidi); li definirei “globali”, quasi. Il clientelismo quello no invece, noi ne abbiamo fatto un’arte…

  8. Michele Simionato says:

    Secondo me non c’e’ stato nessun errore nel caso dell’Alitalia: i soldi sono andati a chi dovevano andare.

  9. Non posso che essere d’accordo sulla maggior parte di quello che dici (e soprattutto sul finale), anche perche ho avuto un’esperienza simile (gruppo di sviluppo molto piccolo, applicazione molto complessa, progetto portato a termine con soddisfazione).

    Un solo appunto: spesso le voci di costo maggiori in un progetto non sono quelle relative alla tecnologia, ma quelle “gestionali” e “organizzative” (cambiare i processi, addestrare il personale, …).
    Ovviamente la tecnologia puo aiutare a ridurre anche questi, se e’ creata con attenzione (agli utenti che la dovranno usare)

  10. @Masci (a proposito, caro Stacktrace, aprire un bel progetto per i thread nei commenti, no? ;)), concordo. Nel mio commento intendevo sottolineare l’anomalia, tutta italiana, nella concomitanza di tutte le storture che possiamo immaginare presenti nel management IT. Poi, che alcune di esse siano presenti anche a livello internazionale, siamo assolutamente d’accordo. Anche se, e sono certo che concorderai, all’estero vengono bilanciate da un ciclo virtuoso di soddisfazione a cui partecipano, fornitore, committente e tutte le persone coinvolte nel progetto. In ogni caso, si sta volutamente generalizzando (cosa che mi piace davvero poco) e sono certo che, anche nel nostro paese, ci sono situazioni di eccellenza in cui il mio commento ha validità assimilabile a zero.
    Giusto per farmi perdonare le banalita’ espresse nei miei commenti, una proposta: non sarebbe una bella idea ampliare Stacktrace con uno spazio di incontro fra aziende e professionisti del settore? Just my 2 monopoly-cents. :)

  11. @Luca: “cambiare i processi, addestrare il personale”… Scusami, che lavoro fai?
    Ok, ho letto del tuo progetto simile al nostro, però, siccome un rant è un rant, non potevo che chiedertelo ;-)

  12. Beh non si può non condividere. E credete ad uno che lavora nel settore, quello della cosiddetta “ricerca”, dove in Italia si polverizzano i soldi con una disinvoltura che non ha eguali: la situazione è molto peggiore. Credo che se agli italiani dicessero che l’intero sistema universitario costa ad ogni italiano (neonato, pensionato, invalido o badante che sia) 2000 euro all’anno, oggi più che incendiare la ‘monnezza di Napoli’ la gente incendierebbe le università. E come dargli torto.

    A quelli che vogliono sperimentare cose più ‘forti’, per veri duri, consiglio il libro di Luciano Gallino “La scomparsa dell’Italia industriale”. Lì si capisce che dobbiamo risalire a MOLTO prima del ’75.

  13. Hanno pure riverniciato tutti gli aerei, ridisegnano le code. Il muso che non è più con il radar nero. Esteticamente sono molto meglio. Ora queste cose non sono solo estetica ma anche manutenzione: la flotta Alitalia ha parecchi aerei vecchiotti e ogni tanto vanno riverniciati. Quindi i costi vanno valutati con più attenzione, senno si sragiona come Grillo.

  14. @Marco: mi stai dicendo che la Saatchi & Saatchi, l’agenzia pubblicitaria, ha riverniciato e manutenuto gli aerei? :-)

    Sono invece d’accordo sul fare attenzione per non sragionare come Grillo.

  15. giovanni says:

    @marco: Ho seguito per caso degli approfondimenti sulla vicenda del logo, e quel costo citato da Marcob non è comprensivo dei costi di manutenzione della flotta che presumibilmente saranno stati molto più alti.

  16. Davvero complimenti per il post, credo che tu abbia dato voce a molti e, come in tutti i rant, ci sono un po’ di esagerazioni ma anche tanta Verità, con la maiuscola.

  17. Si non ho tempo di leggere tutti i commenti però anche secondo me l’università non è ha da sesta potenza industriale forse da Argentina. Io l’ho fatta e non capisco come si faccia ancora a difendere un sistema del genere. Sarà pure quasi gratuita ma è diventata un esamificio. Sul sole 24 ore pochi giorni fa c’era scritto che i laureati italiani guadagnano circa 120 euro in + dei diplomati al mese. Stiamo arrivando all’abolizione del valore legale del titolo di studio (COSA GIUSTISSIMA) ma nel modo peggiore. Comunque sono pessimista, queste discussioni non servono a nulla e a troppe persone un sistema così in cui nessuno è responsabile va benissimo.

  18. Bread Pit says:

    La preferenza per aziende grosse e affermate e` l’equivalente della preferenza per il laureato nella ricerca di personale. Ci sono innumerevoli diplomati piu` in gamba del laureato medio, ma non vengono presi in considerazione perche’ chi e` preposto alla loro selezione non e` qualificato per farlo e/o non si vuole prendere la responsabilita`. Allo stesso modo i manager incompetenti, preferiscono affidarsi a qualcuno che tutti conoscono. Cosi` quando le cose andranno male (eccome se andranno male!), nessuno potra` rimproverarli di aver fatto scelte rischiose, magari discutibili, o sulle quali non tutti concordavano.
    E` una forma di “scarica barile” preventivo.

  19. Sottoscrivo in pieno.
    Per lo stesso motivo sono andato a lavorare all’estero, non e’ che qui sia il paradiso ma cmq mediamente in nordeuropa le cose stanno molto meglio che in Italia.

    Anch’io ho fatto una volta gli stessi tuoi conti, ho anche conosciuto un manager di una grossa banca italiana, e gli ho chiesto: ma com’e’ che per non pagare 2-3 milioni di euro l’anno a gente compentente ne pagate 10 volte di piu’ a grandi compagnie che vi rivendono neolaureati? In fondo alla fine chi ci rimette e’ la banca.
    La risposta e’ stata che si fa cosi’ perche’ si e’ sempre fatto e tutti fanno cosi’. Nessuno ha convenienza a far oscillare la barca…
    mah non so…
    ps. Marco, ho comprato il tuo libro su Python senza collegare chi fosse l’autore, complimenti! Nulla da invidiare a quelli della famosa casa dal nome irlandese. E per esperienza so com’e’ dura lavorare per Apogeo….

  20. parole sante!
    anche quello che dice federico: la clientela. una malattia cronica e pervasiva.
    Progetti in cui i megaconsulentoni d’assalto ti fanno un sito web nel 2007 pensato come un cd-rom, o ti combinano tanti di quei casini che alla fine quando arrivi tu i soldi sono finiti e ti tocca rifare tutto per poco. Clientele che ti fanno preventivi triplicando i costi e usando parole in inglese che non si trasformano mai in materia-prodotto. Società che ti vendono soluzioni che adesso sono gratuite. Continuo? No.
    E noi cosa possiamo fare?
    Se hanno messo le dichiarazioni dei redditi online….

  21. Jacopo Murador says:

    Le tue parole mi hanno fatto sorridere ripensando ad alcune delle mie esperienze lavorative. Amaramente concordo con te.

    Aggiungo un’altra versione del problema: grazie alle infinite catene di subappalto, spesso sono proprio i “pochi ma buoni” a compiere il lavoro. Il problema è che hanno le mani legate da scelte piovute dall’alto dettate da chi sa quali stereotipi informatici. Risultato: i “pochi ma buoni” lavorano in pochissimo tempo (6 mesi per il progetto = 4 mesi di parole al vento, 1 di organizzazione reale e 1 di sviluppo), depressi perché sanno di poter fare meglio e guadagnando in percentuale una frazione di unita di quei 30 milioni.

    Com’era la frase che si sentiva nei CED delle banche? Non è mai caduta nessuna testa per aver scelto IBM … istinto di preservazione.

  22. @Jacopo: bellissima citazione in chiusura, per quanta si e’ sentita ripetere, potremmo annoverarla fra “una volta qui era tutta campagna” e “la pizza e’ l’alimento più completo”. :)
    Sottoscrivo in pieno il tuo commento.
    Chiedo scusa a tutti gli intervenuti fra i commenti ma, a distanza di qualche giorno, mi sono accorto che (io per primo), ci siamo sì lamentati della situazione attuale, ma non abbiamo introdotto nessun elemento di speranza o una soluzione che noi stessi auspichiamo per rendere migliore, dal punto di vista produttivo (ma anche di soddisfazione personale, perchè no) il lavoro che siamo chiamati a fare ogni mattina. Io la mia idea per uscire dal tunnel ce l’ho: la creazione di un micro-sistema di piccole-medie imprese informatiche che, al momento giusto, possano tagliare fuori dal business l’anello iniziale delle famose catene alimentate solo dal clientelismo: le grandi corporation informatiche. Sono conivnto di questo perche’ ho, per fortuna (o no?), un’età a due cifre che mi consente di ricordare come gli artigiani e le piccole-medie imprese abbiano sostenuto l’economia del paese negli anni 70/80, ma anche 90, via. Piccoli laboratori formati da un paio di soci, qualche operaio specializzato ma, soprattutto, un paio di ragazzi apprendisti che sognavano di aprire un laboratorio tutto loro. Questa era, e per alcune realtà, è un sistema economico che in Italia è risultato vincente. Perchè non ribaltare l’idea sulle piccole aziende informatiche che, io lo so, esistono in Italia?
    Attenzione: io non propongo associativismo contro quelli che vengono definiti i “grandi player” (senza “s”, come nelle riunioni del marketing) ma una creazione di infrastruttura che possa avvantaggiare i piccoli laboratori informatici nella ricezione di commesse, magari sviluppabili anche in “joint-venture” fra 2,3,4 o N aziendine complementari fra di loro.
    Può essere un’idea balzana e che tiene presente solo il mio punto di vista di tutta la faccenda.
    Per questo motivo spero che abbiate da dire la vostra.
    Scusate la solita “grafomania”. :)

  23. @marcob: sono un informatico [*] :) mi sono espresso male ma mi e’ piaciuto molto il tono del “rant”

    provo a spiegarmi: osservando da tecnico l’implementazione di sistemi gestionali, ho visto che le difficolta nascono spesso dal sottovalutare l’impatto delle applicazioni sulle attivita’ degli utenti e sui processi dell’azienda-cliente.

    Non sempre (anzi direi quasi mai) gli obiettivi dell’azienda e degli utenti coincidono: ad esempio un sistema per gestire il magazzino potrebbe, per migliorare l’efficienza, dover implementare dei meccanismi a cui gli utenti possono opporsi (quante volte si sente: “ero abituato a …”).

    Per questo spesso il lavoro di introduzione di un sistema e’ difficoltoso quanto quello dello sviluppo, e altrettanto a rischio di causarne il fallimento (e poi il fatto che lo “sviluppatore” sia l’ultima ruota del carro non aiuta…).

    Proprio l’esigenza di mediazione tra le spinte in diverse direzioni rendono questi progetti piu’ adatti a gruppi piccoli (e misti, di tecnici e non) che possono essere piu’ agili ed avere maggior controllo sul “prodotto” (“the surgical team” di Brooks) piuttosto che alla catena di fornitori che finisce per assomigliare al “telefono senza fili” (il gioco :) )

    Si, ci vorrebbe proprio una rivoluzione

    P.S. nel caso del progetto che citi, il primo errore e’ stato di chi ha voluto “rifare tutto” senza tenere conto di quello che c’era (magari avrebbero potuto evolverlo senza traumi no? ;-) )

    [*] insomma faccio sviluppo e altro, ma ce ne sarebbero da dire sui modi in cui definiamo il nostro lavoro eh….

  24. @Luca: ora ho capito cosa intendevi e hai perfettamente ragione.

    Penso che uno di quelli “pochi ma buoni” deve essere in grado di individuare il percorso di minor attrito. Deve far parte del suo bagaglio sapersi mettere nei panni del suo cliente e dei suoi utenti. Come ha detto Brian Fitzpatrick a Pycon: “fate quello che gli utenti realmente vogliono non quello che vi chiedono” (avevo visto in giro la foto di quella slide ma ora non riesco a ritrovarla). E a mio parere gli analisti di processo sono spesso ancora più lontani da questo concetto.

    Sì, concordo con te anche quando dici che il primo errore è stato “di chi ha voluto rifare tutto senza tenere conto di quello che c’era”. “Il peggior errore strategico che un’azienda di software può fare” come dice Joel Spolsky. Una delle proposte che avevamo fatto è stata quella di introdurre una funzionalità per volta utilizzando la nuova piattaforma. Noi conoscevano anche quella, per cui avrebbero avuto un fornitore a conoscenza del problema da risolvere (l’avevamo già risolto!), della tecnologia scelta (senza bisogno di “Java for Dummies”), con un costo noto (contenuto!).

    Ma avevamo sempre il solito, grande e insuperabile difetto: eravamo piccoli e sconosciuti al grande management!

  25. C’era un proverbio cinese che parlava di stare seduti in riva al fiume… :-)

    Grosso gruppo bancario nel caos informatico

  26. Ben gli sta :-D

  27. Non voglio fare la parte del difensore del diavolo, ma certo un motivo nella scelta di agenzie di outsourcing ‘pesanti’ c’è, e specialmente nel mondo bancario è di una rilevanza non indifferente.
    Parlo delle penali e della capacità di onorarle.
    Forse un’azienda di 10 persone non può permettersi di pagare per i propri errori svariati milioni di euro al cliente per un ritardo di consegna o failures nel sistema, una major si.
    Ed il responsabile di banca sa bene che per prima cosa deve pararsi da eventuali fallimenti del progetto, e non rischiare di suo.
    Ci sono delle eccezioni anche in quel ambiente refrattario, che tengo a sottolinerare.

  28. @Giancarlo: a memoria d’uomo hai mai sentito di penali pagate da una società di outsourcing “pesante”? Mi sembra la solita, vecchia, trita e ritrita scusa dei vecchi manager IT “scelgo IBM così sono sicuro”. O quella dei meno vecchi manager IT “scelgo Microsoft così sono sicuro”. O quella dei giovani manager IT “scelgo Accenture così sono sicuro”. Eccetera.

  29. Un altro bell’esempio…

    London stock exchange suffers .NET crash

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