Considerazioni sulla scarsità di startup in Italia

In tempi di caos politico ed economico, l’Italia ha bisogno di molti cambiamenti per poter ripartire. Avrebbe bisogno di una nuova classe dirigente che avesse a cuore i veri problemi del Paese e della gente comune. Servirebbe una riforma del sistema educativo, delle tasse, del lavoro e una riduzione drastica della burocrazia ad ogni livello.

Nel celebre discorso inaugurale del 1961, John F. Kennedy chiese ai cittadini americani di domandarsi, non cosa potesse fare l’America per loro, ma cosa potevano fare loro per l’America. Nello stesso spirito mi domando come sia possibile modernizzare, snellire e riavviare il nostro Paese.

Non esistono soluzioni facili, ma c’è senza dubbio qualcosa che gli italiani possono fare: avviare startup. Negli ultimi 30 anni, le startup americane hanno creato 44 milioni di posti di lavori. La creazione di aziende è forse l’atto più nobile che i giovani italiani possono fare per migliorare il Paese, la propria condizione economica e creare lavoro.

So che non è facile in Italia. Il processo d’avvio di un’azienda è burocratico, ci sono mille leggi, le tasse sono esagerate e il sistema fiscale è molto inefficiente e iniquo. Inoltre non ci sono molti investimenti da parte di angel o venture capitalist, anche se, a dire il vero, stare ancora a casa con mamma e papà può essere visto come una forma di angel investment da parte della famiglia.

L’esistenza di ostacoli non è un buon motivo per non provarci del tutto. Quando non hai nulla da perdere, perché un lavoro comunque non ce l’hai, perché non provarci? È chiaro che senza fondi o disponibilità di credito da parte di banche e istituzioni finanziare, non puoi avviare una fabbrica, un negozio, o un prodotto fisico che richiede un capitale iniziale.

Ma grazie a internet è oggi possibile creare aziende che hanno costi mensili marginali. L’unico vero capitale richiesto è la conoscenza, liberamente acquisibile in rete e la capacità di rimboccarsi le maniche.

Con la disoccupazione rampante che esiste in Italia, particolarmente nel mezzogiorno, ci si aspetterebbe una miriade di startup tecnologiche in Italia che fanno bootstrapping. Gente che studia e lavora fino alle tre di notte per il proprio sogno. Ci si aspetterebbe una generazione di self-employed. E invece tutt’altro.

Il vero limite è la mentalità di molti giovani italiani.

C’è paura di rischiare. Anche se c’è ben poco da perdere. Anche se si ha 20-25 anni e non si ha una famiglia da mantenere. Moltissimi ragazzi con aspirazioni da imprenditori hanno lasciato temporaneamente il loro Paese per andare in Cile a formare una startup, con l’aiuto di $40,000 a fondo perduto. Gli americani, nonostante tutti i fondi disponibili localmente, ci si sono buttati a capofitto. Gli italiani, che ne avrebbero avuto bisogno come il pane, si contano invece sulle dita delle mani.

C’è paura di fallire. La società italiana non ha ancora accettato che il fallimento è un’opportunità per crescere e riprovarci. Se fallisci una volta, in Italia sei un fallito. In Nord America, si sa che statisticamente fallirai un po’ di volte prima di trovare la strada giusta. Nessuno ti affibbierà un’etichetta negativa per averci provato. Anzi, sarai sempre considerato con maggior rispetto degli spiriti timidi che non c’hanno mai provato. I veri esperti sono gente che ha fallito più di tutti e imparato lezioni importanti ad ogni nuovo errore o fallimento. E questo è dimostrato universalmente, non sono nel campo dell’imprenditoria.

C’è l’aspettativa che tutto sia dovuto. C’è ancora gente che essendosi laureata, si aspetta il posto fisso per 40 anni alle poste o al comune. Ho intervistato diversi candidati che si aspettavano li assumessi qui all’estero solo perché italiani come me e laureati recentemente. Molti di questi non avevano scritto una riga di codice al di là del minimo richiesto dagli esami universitari. Eppure erano delusissimi che io avessi tradito un connazionale, assumendo una persona di un altro Paese.

C’è fatalismo. In Italia, c’è la convinzione che il proprio futuro non dipenda dai propri sforzi, ma sia soprattutto influenzato da forze esterne inespugnabili. Quando non sei convinto che puoi prendere in mano le redini del tuo futuro, ti risulta poi molto difficile fare i salti mortali richiesti per avere successo. Perché lavorare come un mulo, se non hai la speranza nel cuore di cambiare la tua vita e vivere il sogno americano italiano? (Mi rifiuto di credere che il sogno italiano sia di diventare calciatori o vallette, o trovare il posto fisso di cui sopra.)

Il seguente grafico mostra il risultato di una ricerca da parte dell’Hoover Institution presso la Stanford University. Gli americani, svedesi e inglesi rispondono per lo più con un no, alla domanda: Il successo dipende da forze esterne al di fuori del nostro controllo? Gli italiani mostrano il loro fatalismo con più del 70% dei rispondenti che dicono di sì.

Does success depend on forces outside our control?

(Ringrazio per l’immagine e per aver notato questa ricerca, Fabrizio Capobianco.)

Capisco la concezione popolare del se Dio vuole e l’idea che si vada avanti a raccomandazioni, ma deve essere veramente triste vivere una vita in cui non si crede nella propria abilità di cambiare il proprio destino. Il cambiamento deriva dall’ambizione di migliorare la propria condizione.

C’è cinismo. In Italia, se qualcuno prova a farcela di suo, c’è l’abitudine di deriderlo, invidiarlo, o comunque mostrare sfiducia invece che supporto e solidarietà. Una generazione di cinici e sfiduciati non solo fa fatica a produrre qualcosa di valore di suo, ma ha tutto l’interesse a vedere altri fallire per non apparire incapace o pigra a confronto.

Gli italiani sono gente sveglia e, nel campo tecnico, generalmente brava. Forse l’Italia non avrà mai una Silicon Valley, ma ha un potenziale umano enorme che andrebbe sfruttato. Il cambiamento e l’innovazione nel nostro Paese partono dal basso, dall’atteggiamento e attitudine dei suoi giovani. Lottiamo contro queste tendenze negative e smettiamo di trovare scuse.

Basta solo provarci davvero. Non abbiamo molto da perdere.

About Antonio Cangiano

Antonio lavora come Software Engineer & Technical Evangelist presso la IBM in Canada. È inoltre il direttore di Stacktrace.it, un internet marketing strategist, imprenditore del web, serial blogger, e autore di un paio di libri in inglese (recentemente Technical Blogging.) Puoi dare un'occhiata ai suoi progetti sulla sua homepage e seguendolo su Twitter.

Comments

  1. Alberto says:

    Hai perfettamente ragione, da qualche mese ho fondato una startup, proprio perchè mi piace l’idea di crearmi il lavoro, però quello che manca qui in Italia è la mentalità e le leggi.
    La burocrazia infinita che a volte fa perdere il tempo, la voglia di fare, e a volte anche il momento giusto, la quantità di denaro che uno deve disporre tra notaio, commercialista, ufficio legale non è indifferente.
    Tutte questi aspetti a volte fanno mollare l’idea di creare una propria attività…però di contro secondo me è fantastico vedere crescere le proprie idee, vederle diventare reali, toccarle con mano, anche se tutto ciò comporta dei sacrifici, quando hai un tua attività non esistono orari, giorni festivi anche perchè stai portando avanti una tua idea, un tuo sogno e tutti i sacrifici che stai facendo non ti pesano o li sopporti più facilmente.
    Certo con un’aiuto da parte delle istituzioni, ad esempio facendo pagare meno imposte durante la fase di avvio oppure offrendo dei servizi di consulenza gratuiti, non dico che sarebbe una passeggiata ma un buon aiuto, sopratutto un nuovo “imprenditore” si sentirebbe incoraggiato e seguito dalle proprie istituzioni.

  2. Antonio, sono assolutamente d’accordo che uno dei fattori più limitanti sia nella mentalità degli italiani, però non scordiamoci che, per il 30% di quelli che credono che il loro futuro sia nelle loro mani e nelle loro scelte, interviene l’antiquato sistema burocratico italiano e la pressione fiscale che nel nostro paese raggiunge il 68% contro il 43% medio d’europa a rendere il compito più difficile di quello che dovrebbe essere.

    Report interessante su tasse, burocrazia e pressione fiscale comparata: http://www.doingbusiness.org/~/media/fpdkm/doing%20business/documents/special-reports/paying-taxes-2011.pdf

  3. Vorrei aggiungere due cents: facciamo parte di una generazione a cui è stato insegnato “se studi tutto ti sarà dovuto”, perché così è stato per la generazione che ci ha preceduto. Ma i tempi sono cambiati, non è così, e studiare a scuola non basta. Perché impegnarsi?
    E poi viene insegnato – dalla scuola prima e dalla vita dopo – che spesso i ‘bravi’ non hanno successo nella vita: è un privilegio riservato ai ‘furbi’. Quindi, perché impegnarsi?
    Posso osservare che una fetta delle startup in Italia non sono fatte da tecnici, ma esclusivamente da “furbi”, che pensano di sfruttare i ragazzi/indiani/rumeni “smanettoni” per fare soldi.
    Spesso gli “startupper” fondano una startup dopo aver lavorato per un’altra, o comunque in un ambiente fertile. Ma se questo è l’ambiente, perché ci devo lavorare 60 ore alla settimana? Perché impegnarsi?

    E’ ovviamente un problema di mentalità. Io mi impegno, ma ormai credo di essere un pazzo visionario.

  4. Pienamente d’accordo! Il post non fa “incazzare”, ma RIFLETTERE… THX!

  5. Lorenzo B. says:

    Antonio, hai fatto centro!

    Per quanto riguarda il fisco, non è tanto che le tasse siano alte (lo sono), quanto che l’Italia è un vero e proprio stato di *polizia fiscale* che cerca di rifarsi sui piccoli perché non riesce a scalfire la _vera_ evasione fiscale.

    Dal punto di vista di venture capital è vero che manca nel senso che manca quell’inclinazione al rischio che c’è nei Paesi anglosassoni ma è anche vero che da noi l’angel investor può tranquillamente essere la famiglia: paradossalmente uno dei principali de-motivatori della competitività nazionale (le famiglie che danno troppo ai propri figli) potrebbe essere visto alla stregua di un angel investor. Se hai mamma e papà che ti supportano dandoti un tetto che somiglia più a un albergo (vitto e alloggio e vestiti puliti e stirati) puoi anche dedicarti a qualcosa dopo il lavoro molto meglio di quanto non possano fare i giovani nel resto del mondo.

    L’Italia però ha bisogno anche di esempi: forse sarebbe il caso di avere la nostra versione di Dragon’s Den invece del Grande Fratello 12!!!!!!

  6. Bel post. Grazie per aver sollevato il punto, ed il grafico è (a suo modo) splendido.

    C’è in Italia una legislazione amministrativa imbarazzante per la sua complicazione. Ma è anche vero che c’è per tutte le startup italiane.

    C’è anche un circolo vizioso per cui il neolaureato sveglio non rischia, ma inizia a fare colloqui ed il mondo del lavoro è pieno di aziende in cui la gestione sia manageriale che tecnologica si è seduta. I potenziali innovatori vengono messi nelle condizioni di non nuocere ed il loro potenziale evapora giorno dopo giorno senza produrre benefici.
    È una triste realtà che vedo ripetersi troppo spesso.

    In generale, la cosa che non sopporto più è l’atavico sentire il bisogno di chiedere il permesso per fare certe cose. Non serve, non ce lo daranno perché non capiranno, o perché lo stiamo chiedendo alle persone sbagliate, o perché nessuno in realtà può darcelo.

    Coraggio, cazzo!

  7. Parole sante, anzi santissime. C’è da dire che purtroppo il “Sistema Italia” è quello che porta le persone ad essere sfiduciate e la scarsa meritocrazia poi da spesso il colpo di grazia.

    Sul C’è l’aspettativa che tutto sia dovuto sono daccordo al 100%, troppo spesso si sente dire “laureati che lavorano al call center”, poi però quando tramite la nostra community organizziamo meeting nell’università di Ancona, dato che un meeting non da crediti nessuno partecipa :(.

    La domanda vera è… riusciremo a cambiare?

    • Lo studente medio di Ingegneria Informatica di Ancona (con le dovute eccezioni) evita qualsiasi cosa non sia strettamente legata al raggiungimento dell’obbiettivo “pezzo di carta”. In generale l’ambiente è molto poco stimolante, e la maggior parte dei docenti non aiuta. Tra l’altro l’idea che preso il pezzo di carta tutto ti è dovuto, arriva proprio da quei docenti che dovrebbero farti capire che senza l’impegno costante e la passione non si va da nessuna parte.

      Riusciremo a cambiare?
      Non lo so, non so nemmeno come si potrebbe cambiare la testa delle altre persone… per adesso mi accontento di cambiare la mia e di cercare di agire di conseguenza. L’unica cosa che posso sperare è che in molti facciano un ragionamento del genere.

      P.S.
      Mi mancava Stacktrace… bentornati ;-)

      • Succede anche al Politecnico di Milano, ma (indagine non statistica) sono gli studenti che pensano al pezzo di carta: i professori dicono chiaramente che il titolo non serve a nulla.
        Alberto parla di un orientamento degli studenti verso le grosse aziende, vi posso confermare che è esattamente quello che succede. La top 100 del PoliMi e PoliTo (ogni facoltà) va nell’ASP, un programma aggiuntivo finanziato da grosse aziende (Unicredit, McKinsey, BCG, Luxottica), presumibilmente con l’obiettivo di arrivare a quegli studenti. A me è capitato Accenture…

  8. Havelock Vetinari says:

    Ottimo articolo. Davvero preciso ed illuminante.
    Vorrei solo fare un appunto.
    Non userei il termine “cinismo”.
    Puoi dire che gli italiani sono demotivati o pessimisti.
    Il cinismo anzi è fondamentale per capire quando andare avanti e quando smettere: Per capire e accettare l’eventuale fallimento che citavi sopra.
    L’ottimismo di contro non serve a nulla. Meglio essere preparati ad un problema che “sperare” “Manzoniamente” nella divina (?) provvidenza.

    Come già detto da altri, se solo fosse un po’ più facile a livello burocratico. E’ proprio vero che per quanto pensi che la tua idea sia valida, ti demoralizzi guardando il muro che hai di fronte per iniziarla.

    Ben vengano allora quei pochi angel investor italiani.. non cito per non fare pubblicità.

  9. E` una mia impressione, o in quel grafico c’e` una certa correlazione tra le risposte affermative ed il livello di corruzione del paese, con la notevolissima eccezione degli USA?

  10. Aprire un’attività in un paese in cui chiunque può non pagarti una fattura senza avere la possibilità di citarlo in giudizio (solo perchè antieconomico) e dove la corruzione la fa da padrone è qualcosa che può fare solo qualcuno veramente coraggioso (o incoscente).

    • Ottimo punto e anche per questo serve dannatamente liberalizzare: oltre a commercialisti che ti chiedono 500€/anno per gestire magari solo due dozzine di fatture, notai che vanno bel oltre il doppio per registrare un atto copiato pari pari da un formulario, abbiamo pure avvocati che ti chiedono 100+€ magari solo per inviare una mail scritta pure peggio di come avrei scritto da me.

      E mi son trovato due volte a far cause di lavoro, portate avanti per principio quando tutti (inclusa gente dei sindacati, bah) mi dicevano di smettere; vinte entrambe, ma son state vittorie di pirro, durate rispettivamente 8 (diconsi OTTO!!) e 4 anni: nella prima preso metà dei soldi, nella seconda già tanto se non son andato sotto anche se era “solo” procedimento con giudice di pace.

      Il clima di “ci si frega senza scottature” paradossalmente poi fa appunto marchiare tantissimo i falliti (boh, forse solo come meno bravi a fregare) e rende il sistema del credito ingessatissimo come pochi altri al mondo.

      Sorvolo sul fatto che il grosso dei rappresentanti accademici che ho incontrato poi faccia praticamente vanto di non aver mai lavorato fuori dall’ateneo e ti insegni solo per diventare professore, non professionista, se no scrivo un papiro…

  11. Credo dovresti togliere il dato che sembra proprio essere derivato dal punto successivo: il cinismo.

  12. Purtroppo è tutto vero. Eppure, la crisi può avere anche un risvolto positivo: così non si può più andare avanti, e forse è la volta buona che qualcuno si sveglia e inizia a cambiare registro.

    Io la mia startup sto provando a crearla, ma intanto ho provato anche a buttare giù qualche idea proprio su questo tema. Per chi è interessato – anche se il sito non è ancora ufficialmente lanciato: rivoluzioneinformatica.it

  13. Antonio, condivido la gran parte delle tue considerazioni, ma ti racconto da cosa deriva (anche) la sfiducia?

    Ho appena perso, insieme ai miei soci ( http://www.4sigma.it ) un bando di gara internazionale per un applicativo web richiestoci da un grosso cliente, di cui non posso fare il nome perché c’è di mezzo un patto di riservatezza. È comunque un’istituzione governativa globale, per noi piccini piccini poteva essere la svolta.

    Sai perché l’abbiamo perso? Perché non siamo capaci? Perché abbiamo chiesto troppo? Macché, la nostra è risultata l’offerta più bassa e meglio qualificata. Per partecipare al bando occorreva depositare una montagna di documentazione, tecnica, curricula, prospetti, un’impresa titanica per un gruppo di quattro ingegneri informatici! Abbiamo consegnato tutto, tutto tradotto in Rumeno (!), tranne UN SOLO FOTTUTO DOCUMENTO. Quale? La certificazione da parte dell’Agenzia delle Entrate che… PAGHIAMO LE TASSE! Noi le tasse LE PAGHIAMO FINO ALL’ULTIMO CENTESIMO, e questi personaggi, in 45 giorni, non sono riusciti a produrre la certificazione. Addio bando, si parla di 200K € circa, sfumati, così, perché non ce l’hanno fatta a stampare un foglio. Una settimana oltre la scadenza è arrivato, ovviamente, e ci abbiamo DOVUTO pagare una cinquantina di Euro di marca da bollo.

    Noi ci siamo buttati, Antonio, ma se mi chiedi se il mio destino è governato da altri ti rispondo di sì, e non è cinismo o paura: è la pura e semplice constatazione dei fatti, accaduti non più di un paio di mesi fa.

  14. Sono parzialmente d’accordo con te… è vero che la burocrazia è complicata in Italia, ma non credo hai giovani demotivati, io ne conosco molti che per necessità devono lavorare come operai, e accantonare gli studi universitari e le loro passioni, e anche se sono laureati dopo anni di studio le aziende non offrono che stage non retribuiti, e quando alle spalle hai una famiglia e parlo di genitori disoccupati o cassintegrati, provaci tu a fare 8 ore in fabbrica e poi a studiare di notte; I master e i dottorati diventano spesso un sogno, la mancanza di esperienza nel settore li fa fuori dal mercato; è la struttura sociale che taglia le ali hai nostri giovani talenti, purtroppo spesso va avanti solo chi ha le spalle coperte finanziariamente dai genitori, ma anche questa è una realtà sempre meno frequente…

  15. Antonio Gagliardi says:

    A me il post non è piaciuto per niente perchè 10+10 non è sempre 20 ma anche 100.
    Ovvero L’Italia, ma anche l’euro-zona non sono US o UK, non solo, come è ovvio, culturalmente
    ma strutturalmente ed economicamente e copiare o pensare di replicare da noi il loro sistema
    apparentemente vincente è come dire che per essere competitivi nel fare tshirt bisogna avere
    una dittatura come quella cinese.
    Mi spiego, facendo un parallello con il nostro demograficamente medio paese (60 IT vs 330 US).
    L’art 41 della Costituzione dice:
    “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale ..”
    Il nostro sistema finanziario/bancario premia la prudenza e la stabilità e questo le porta a
    preferire clienti con le medesime caratteristiche.
    La Costituzione e le banche plasmano la struttura economica italiana (mutui 80%, pensioni, ecc..)
    Inoltre lo storico regionalismo italiano ci porta ad avere una densita abitativa media molto alta quindi
    imprese, banche, infrastrutture ecc. “disperse” e quindi inefficenti, costose, lente ecc.
    In US e UK tutto il business, IT in primis, sono concentrati in distretti che hanno lasciato
    la provincia ai margini ( chi è stato in Idaho o Cornovaglia sa di cosa parlo ) massimizzando
    le risorse.
    E non cito neache l’ovvietà che noi viviamo di export e loro di domanda interna che troncherebbe
    qualunque paragone economico.
    La soluzione? Io non la conosco, forse iniziare a premiare il merito ed aprirsi al mondo veramente
    , sopratutto cercare soluzioni italiane per l’Italia non copiare quelle di culture totalmente differenti.
    Siamo un paese di creativi, di Da Vinci e Pulcinella, premiamo i primi e forse la scampiamo.

  16. Il fatto che questo articolo abbia due titoli radicalmente diversi nella versione italiana ed inglese dimostra già che l’autore sa bene che certe cose può andarle a raccontarle solo a chi in Italia non ci vive e non sbatte quotidianamente il muso contro il cancro incurabile della corruzione e del clientelismo.

    Gli argomenti citati sono tutti più o meno veri ma non spiegano realmente il perchè in Italia le cose stiano diversamente dagli altri paesi. La paura di rischiare, di fallire, il fatalismo, sono tutte espressioni della debolezza umana ma citarle non spiega perchè in Italia soffochino lo slancio imprenditoriale.

    In Italia, giusto per usare le parole dell’autore, il fatto che […] il proprio futuro non dipenda dai propri sforzi […] non è una “convinzione” ma una realtà nella stragrande maggioranza dei casi. Ognuno di noi è in grado di citare almeno qualche decina di casi in cui sono stati fatti torti palesi a noi stessi, ai nostri amici o ai nostri cari.

    In questa situazione, in cui le regole del gioco favoriscono il giocatore scorretto (leggi evasore, raccomandato, truffaldino) è assurdo pensare che esse non finiscano per alterare la dinamiche del gioco stesso. Purtroppo abbiamo avuto una classe politica che da decenni ha guidato il paese verso il baratro e ora non c’è più niente da fare se non sperare in un nuovo inizio.

    L’autore sostiene che “non abbiamo molto da perdere” ma ridicolizzare la ricerca del “posto fisso” non rende onore a quei giovani che, come me, combattono ogni mese per pagare un esoso mutuo e portare avanti una famiglia e dunque hanno “molto da perdere” e non possono permettersi di soddisfare il loro “prurito” imprenditoriale.

    D’altra parte leggo che l’autore lavora presso l’IBM, un posto che offre non meno garanzie di un ufficio statale italiano e che con tutta probabilità soffre degli stessi mali.

    Saluti

    Tiziano

    PS Per la cronaca ho 34 anni, sono ingegnere meccanico vecchio ordinamento (ci tengo a precisarlo) e da 9 anni lavoro in ambito petrolchimico.

  17. A supporto della mia “sfiducia”, cito un articolo dell’Economist di oggi:

    The Italy Mr Berlusconi will hand to his successor ranks 87th in the World Bank’s Ease of Doing Business survey, behind Albania. The bank found it was harder to get an electricity supply than in Sudan. In Transparency International’s latest corruption perceptions index, Italy ranked 67th. Rwanda and several other African countries were cleaner.

    Potete leggere tutto l’articolo qui: http://www.economist.com/node/21538180

    I dati citati sono di World Bank, si possono trovare qui: http://www.doingbusiness.org/rankings

    La realtà, percepita da chi comunque ci prova, come me ed i miei soci, e certificata a quanto pare da organismi internazionali, è che è più facile fare business in Zambia (84 posto), Albania (82°), Moldova (81°), Namibia (78°) o in Ghana (63°), piuttosto che in Italia, che sta all’87 posto. Peggio, ad esempio, Vietnam e Belize, consoliamoci…

  18. La mia startup è al servizio delle startup! Credo molto nella necessità di farsi coraggio e puntare al futuro rischiando. Sono mesi che vado predicando ai lettori del sito in oggetto ed ai miei “clienti” che bisogna rischiare cercando di ottimizzare gli strumenti che la legislazione italiana, i programmi di finanziamento, i privati mettono a disposizione.
    Mi scontro, tuttavia, con la ritrosia di chi ha paura di questi tempi e non riesce a comprendere che proprio di questi tempi la soluzione migliore è osare!
    Complimenti per il tuo blog. Spero di poter continuare a confrontarmi con te.

  19. floriano says:

    creare i distretti non vuol dire impoverire le altre zone?
    ps. con l’informatica e la dematerializzazione ha ancora senso parlare di distretti geografici?

  20. Ciao Antonio, bel post complimenti. A Bari ci stiamo provando a creare questa mentalità perchè c’è tanta gente che avrebbe solo bisogno di una spinta per partire. Crediamo nel cambiamento di questa città ma anche del Paese intero e stiamo creando un posto in cui questo cambiamento possa realizzarsi. L’Italia non sarà mai una Silicon Valley perchè l’Italia è diversa, questo però non vuol dire che non ci siano in questo Paese persone capaci e pronte a tuffarsi nell’immenso ignoto del mare delle start-up. IO in questo periodo sto avendo la fortuta di incontrare tante persone in gamba, gente con idee e voglia di metterle in piedi di vederele realizzarsi. Sono co-founder di The Hub Bari, presto apriremo uno spazio nella Fiera del Levante di Bari ed abbiamo tutta l’intenzione di generare cambiamento, di dare quella spinta di cui molti hanno bisogno. Per tanto, ti invito e chiaramente estendo l’invito a tutti quelli che seguono i tuo sito a partecipare alla nostra pagina su Facebook https://www.facebook.com/Hub.Bari
    Credo che l’interazione di più persone con gli stessi obiettivi non possa che giovare a tutti noi.
    Lieta di averti letto.
    A presto, Monica.

  21. nel 1995 io e altri due pazzi ci siamo messi a fare impresa, si la paura di fallire e rimanere “marchiati” per tutto il resto della nostra vita c’era ogni giorno, perché come dici tu, in Italia il fallimento è quasi paragonato ad un omicidio plurimo e come tale punito.

    Ci eravamo messi in testa di creare, nel 1995, una rete di quelli che oggi verrebbero chiamati hot spot, e “coprire” così un’area di migliaia di Km quadrati alle pendici del vulcano Etna, in Sicilia.

    Nessuno, in banca, ci prestava soldi, quando finalmente trovammo il modo per partire… erano già stati spesi 45 milioni di lire solo per “esistere” come società e due mesi dopo il commercialista ci disse che secondo lo Stato la nostra azienda avrebbe dovuto fatturare un “tot” e quindi occorreva iniziare a pagare, ORA, le tasse calcolate su PROFITTI INESISTENTI…

    Tu giustamente invogli i giovani a provarci, mentre io mi sento di dire, ai giovani, lasciate perdere questa nazione di vecchi politici, a meno che non abbiate già tanti soldi per coprire 3 o 4 anni di “tasse calcolate a priori”… lasciate perdere e andate via da questa nazione. Pensate alla vostra vita e a chi, attorno a voi, costituirà sul serio la vostra “nazione”.

    In Italia non c’è posto per chi prova e rischia… perché alla fine ammesso che si riesce, si dovrà competere con aziende “finte”, carrozzoni dove sono andati a finire neolaureati pagati poco e poco competenti ed ex “commerciali” di qualche “ex azienda di informatica” parastatale… che “intermediano” sul cliente decuplicando i costi finali al cliente.

    p.s. alla fine io e i miei soci (per non fallire) abbiamo dovuto svendere tutto ad una “banca”… la quale, oggi, ha la sua bella azienda di servizi wireless, per interposta persona. intelligenti pauca!

  22. ne parlavo recentemente… http://guidoserra.it/archivi/2012/01/07/microimprese/ , da’ un occhio al progetto http://www.srlfacile.org/

  23. Una lettura illuminante che scopro, purtroppo, in ritardo grazie all’indicazione di un amico in Google+ ( https://plus.google.com/102153079061223627983/posts/Jr3TQQvh5Y5 ) con il quale stiamo appunto discutendo dell’incapacità dell’Italia a “far da sé” per far ripartire l’economia e il lavoro – anzi, discutiamo delle sedicenti incubatrici di startup di cui ho letto recentemente . Come giustamente osservato, in Italia si aspetta che tutto provenga dall’alto e non si muove un dito se prima non si riceve “la spinta giusta” (più o meno politica). Ci vantiamo di essere una nazione industrializzata ma questa definizione rischia di diventare la più colossale bugia della storia italiana.

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